La Casa-che-rende-folli

"Dovrebbero fare come sui pacchetti di sigarette. Un bel cartello all'ingresso: nuoce gravemente alla salute. Perché lavorare per un servizio pubblico e volerlo fare seriamente è un desiderio che paghi salato" (da "La Casa-che-rende-folli", p. 9). Diciamolo, una buona volta: nei servizi pubblici voler fare solo il proprio lavoro, nient'altro che il proprio lavoro, è un lusso. Quando ci si riesce. Perché il sistema finisce per premiare i peggiori e punire i migliori.

Chi sono

Utente: liberadallacasa
Mi chiamo Libera Dallacasa, ma solo su Internet. Sono stata una dipendente USL. Entrata senza spinte e convinta di essere lì per occuparmi dei pazienti e basta. Secondo colleghi e pazienti ero pure brava. Insomma: alla faccia di tutti quelli che considerano gli statali come una razza degenere, io ero una dei tanti statali onesti. E col passare del tempo mi sono dovuta arrendere: nei servizi pubblici lavorare bene è pressoché impossibile. Per colpa dei servizi stessi: male organizzati, fondati su logiche politiche, affogati nella burocrazia inutile. Solo i nullafacenti e i maneggioni sono sicuri di star bene in un sistema del genere. Ho provato a tenere duro. Ma lavorare seriamente non era proprio possibile. Così ho detto basta: ora lavoro per conto mio. E sono molto più contenta.

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giovedì, 29 novembre 2007

Lo ha detto anche Versace

Tratto da Repubblica.it (l'originale è qua):

Battuta polemica del presidente della famosa griffe di moda che attacca i politici
"Facile combattere la criminalità se chi ha in mano il potere lo gestisse bene"

Versace contro la burocrazia
"E' più dannosa della mafia"


<B>Versace contro la burocrazia<br>"E' più dannosa della mafia"</B>

Santo Versace

PALERMO - "La mafia e la 'ndrangheta fanno danni, ma mai quanto la burocrazia". Parola di Santo Versace, presidente della Versace Spa, una delle griffe più conosciute e affermate nel mondo, presente ad Abitaly, il salone dell'arredo e delle soluzioni abitative, che si chiude domani alla Fiera del Mediterraneo di Palermo. Una affermazione, quella di Versace, destinata a far discutere e che arriva ad un mese di distanza dallo sconvolgente rapporto sulla criminalità di "Sos Impresa" della Confesercenti: con un utile annuo pari a 90 miliardi di euro l'"azienda mafiosa" si classifica al primo posto nella classifica dell'imprenditoria italiana.

Secondo l'imprenditore la burocrazia, "impedisce di lavorare, uccide lo spirito creativo del cittadino e impedisce agli stranieri di investire in Italia. E la burocrazia è creata dalla politica, che continua ad alimentarla". Per Santo Versace "la 'ndrangheta e la mafia si potrebbero combattere facilmente se chi ha in mano il potere lo gestisse in maniera corretta e a condizione che queste organizzazioni criminali uscissero fuori dalle istituzioni".

Versace, che si è autodefinito "terrone, extracomunitario e nordafricano e orgoglioso di esserlo", ha incontrato circa 500 studenti siciliani ai quali ha detto che "fare un'impresa di successo e sfondare è possibile anche al Sud. Basta impegnarsi con passione, lavorare con grinta e ragionare con una mentalità imprenditoriale". Ingrediente del successo, ha spiegato, "lavorare".

Lo stilista ha anche annunciato quali saranno i suoi prossimi progetti: "E' mia intenzione - ha detto - trascorrere i prossimi trenta anni a fianco ai giovani del Sud del mondo, per supportarli nel loro percorso, incoraggiarli nelle loro scelte".
postato da: liberadallacasa alle ore 17:54 | link | commenti
categorie: burocrazia, ingerenze della politica
sabato, 24 novembre 2007

Tutto il mondo è paese

Un'occhiata oltralpe ogni tanto conviene darla: fosse non altro per scoprire che anche là qualcuno patisce il burn-out. Più o meno come dalle nostre parti.

Dal sito www.leparisien.com copio e incollo:

Pourquoi les maires ont-ils le blues ?

Débordés, déboussolés, fatigués... les maires ont le blues. Des 36.000 édiles à la tête des communes de France, en mars prochain, à peine plus de la moitié devrait se représenter. L'Association des Maires de France (AMF), qui tient son 90ème congrès jusqu'à jeudi soir au parc d'expositions de la porte de Versailles (Paris XIVe), a commandé un sondage au CSA. Et le résultat est sans appel: le 13 novembre dernier, 30% ont assuré qu'ils ne retourneront pas aux urnes les 9 et 16 mars prochain.

Trop de contraintes juridiques, trop de responsabilités pénales -au point de risquer la prison s'ils ne ferment pas les jardins quand la tempête souffle, trop d'obligations retombant dans leur escarcelle à l'issue des lois de décentralisation. Et ce dernier mandat, exceptionnellement prolongé d'une année en raison d'un calendrier électoral chargé en 2007, aura eu raison des hésitations.

Seuls 33% sont sûrs de se représenter, et 23% le feront probablement. Restent 14%, qui ne se prononcent pas, à quatre mois de l'échéance. Mais pourquoi est-il si difficile d'être maire ?


L'originale, se vi interessa, è a questo indirizzo.
postato da: liberadallacasa alle ore 18:40 | link | commenti
categorie: burn out
martedì, 20 novembre 2007

Siate onesti: abolite i concorsi

Comincio davvero a crederci, e non solo per provocazione: abolite 'sti concorsi pubblici, fate fuori 'ste graduatorie, per pietà! A cosa servono, dato che i sistemi per aggirarle sono millanta? E' più onesto fare un bel sorteggio.

A Campobasso lo hanno fatto. L'unica pecca secondo me è stata la loro giustificazione: erano iscritti in troppi, dicono, e allora per stare nei tempi abbiamo dovuto tirare a sorte (vada per quelle volte in cui le graduatorie restano lì mummificate senza che assumano nessuno, o per quelle graduatorie chilometriche in cui l'assunzione arriva dopo anni, e magari con risultati tragicomici). No, mi permetto di disssentire: signori della regione Molise, con tutti gli espedienti che qualcuno mette in campo per pilotare i concorsi, con tutte le furberie che qualcuno escogita per assumere chi vuole in barba alle graduatorie voi avete fatto una gran cosa. Voi avete usato, alla fine, la procedura più imparziale di tutte.
Fossi in chi fa le leggi quasi quasi la estenderei su scala nazionale.
Sempre che qualcuno non usi la tecnica del lotto farlocco (anni fa - ricordate? - scoprirono che truccavano le estrazioni del lotto riscaldando i bussolotti che il bambino bendato estraeva dall'urna).

Ma temo che i concorsi resteranno a lungo. Non tanto perché, almeno formalmente, dovrebbero garantire imparzialità nella selezione. No: perché sono un formidabile supermarket di promesse. Fa troppo comodo a troppe persone poter contare sulla promessa di far vincere il tale o il talaltro, per poi pretendere in cambio corrispettivi di varia natura. E chissenefrega se poi dalla graduatoria all'assunzione il passo è lungo, talvolta lunghissimo, talvolta infinito o addirittura non se ne fa nulla. E' la promessa, la moneta di scambio a cui troppi non vogliono rinunciare.
venerdì, 09 novembre 2007

Dedicato ai miei cinque ex-capi cinque

Da sempre affermo che uno dei grandi mali del servizio pubblico è la proliferazione dei posti di dirigente assegnati non perché ce ne sia davvero bisogno ma per fare o restituire favori.
Questo simpatico giochetto costa tanto alla collettività, ma come qualcuno una volta disse "soldo comun, soldo di nessun".
Bene. Al proposito c'è in giro una storiella che molti dipendenti pubblici prima o poi hanno sentito raccontare o hanno ricevuto nella posta elettronica a mo' di catena di sant'Antonio o, ancora, hanno letto sotto forma di fotocopia un po' "carbonara". La versione che io conosco parla del Ruanda ma ne esistono altre, il senso non cambia.
Eccola qua.

La gara
Un giorno l'AUSL (o il Comune, o la Provincia, o qualunque altro ente che il lettore vuole) XYZ sfidò il Ruanda a una gara di canoa.
Entrambe le squadre erano composte di otto uomini. Si allenarono duramente e il giorno della gara il Ruanda vinse con un vantaggio di un chilometro.

Il Top Management allora decise che fra gli obiettivi per l'anno successivo c'era la vittoria contro il Ruanda e creò un gruppo di lavoro che investigasse il problema, ne individuasse le criticità e formulasse un piano d'intervento.
Il gruppo concluse che bisognava ingaggiare una società di consulenza a cui affidare il compito di analizzare la struttura e le criticità della squadra della AUSL.
Dopo un'attenta analisi delle evidenze, la società di consulenza scoprì una cosa interessante: il Ruanda aveva sette uomini ai remi e uno che comandava; l'AUSL invece aveva un uomo che remava e sette che comandavano.

Alla gara successiva il Ruanda vinse di due chilometri.

Il Top Management non si perse d'animo e dimostrò ampia capacità di gestione della crisi, affidandosi a una seconda società di consulenza che avrebbe affiancato e supervisionato quella precedente nell'analisi del problema e delle sue criticità.
I consulenti si riunirono più volte, elaborarono modelli, svilupparono strategie e alla fine decisero che la squadra avrebbe dovuto avere quattro comandanti, due supervisori dei comandanti, un capo dei supervisori e un rematore.

Alla gara successiva il Ruanda vinse di tre chilometri.

Vennero subito chiamate a raccolta le due società di consulenza e se ne aggiunse una terza con esperienze significative maturate nel campo della gestione dei rematori.
Il responso fu che il rematore non aveva l'esatta percezione dell'importanza e della dignità del suo ruolo di rematore, e questo interferiva con il suo compito. Si decise quindi di ampliare il suo ambito lavorativo e di aumentargli le responsabilità.

L'anno dopo il Ruanda vinse di quattro chilometri.

L'AUSL allora licenziò il rematore a causa degli scarsi risultati ottenuti e pagò un bonus al gruppo dei dirigenti per il grande spirito di squadra dimostrato.
Il gruppo dei consulenti intanto fece una nuova analisi del problema ove evidenziava che la tattica scelta era giusta, che la motivazione al rematore era stata fornita adeguatamente ma che il materiale usato, pur valido, andava migliorato.

Al momento l'AUSL sta progettando una nuova canoa.






sabato, 03 novembre 2007

Come da copione

Che avevo detto io? Il copione si ripete stancamente: si strilla all'emergenza nullafacenti, parte l'ondata di sdegno collettivo, si accavallano dichiarazioni indignate, si sfoderano facce truci e poi, accompagnata da squilli di trombe del giorno del giudizio, solennemente annunciata da orgogliosi proclami, s'avanza la panacea: il Famigerato Pacchetto.
Pacchetto sicurezza? No, macché. Qui si parla del Pacchetto Che Sistemerà Per Sempre I Nullafacenti: il Pacchetto Efficienza.

Succede, per farla breve, che in un grosso comune italiano l'anagrafe nel giorno dei defunti non abbia potuto aprire perché nessuno dei dipendenti si era presentato. Tutti in malattia. Malattia sospetta, certo, ma come fai a mettere in dubbio un certificato medico? E come fai, se sei un medico, a rifiutare un certificato a un presunto malato che viene da te e dice "dottore, mi sento un gran mal di testa, stanotte ho vomitato, mi gira tutto, ho male alle ossa"? Con il rischio che magari, se ti rifiuti, questo poi stia male davvero e poi ti mandi davanti al giudice accusandoti di "malasanità"? Tu che sei medico e magari sospetti la fregatura ti metti al sicuro da eventuali rischi e nel dubbio il certificato lo fai, altro che se lo fai. Perché se non lo fai magari il finto malato ti pianta una grana così e ti denuncia per omissione di atti d'ufficio o similia.
E così nessuno va al lavoro. Tutti malati.

E scoppia il caso.

E allora l'Assessore al Personale dichiara solennemente che presto arriverà dal cielo il Provvidenziale Pacchetto. Finalizzato "a riorganizzare le risorse umane". Perché è intollerabile che ogni giorno manchi all'appello dal 25 al 30 per cento dei dipendenti comunali.
Sacrosanto, è intollerabile.

Ma è anche intollerabile che tutte le volte che emerge un disservizio si cerchi sempre di circoscrivere la causa ai dipendenti fannulloni e furbetti - che, lo ripeto sempre, esistono e vanno puniti severamente - e non ci si schiodi mai da lì. Ad esempio,  andando a capire un po' di più sui dirigenti. Chi sono, quanti sono, cosa fanno, a cosa servono, chi li ha messi lì, quanto sono pagati, c'è davvero bisogno di loro?

Perché queste domande nessuno le fa mai?

Perché nessuno va mai a cercare di stanare questo malcostume per cui per fare o restituire un favore si inventa un posto da dirigente e lo si regala a piene mani, anche se il cretino non sa far nulla e non serve a nulla se non ad appesantire il sistema con richieste e pratiche burocratiche inutili? Perché, a chi fa comodo confinare tutto il problema sui nullafacenti, che ci sono ma che sono solo la logica conseguenza di un sistema sgangherato e corrotto, dove i primi a fregarsene del cittadino sono soprattutto quelli che questo sistema lo governano e lo alimentano?

Perché non si fanno fuori sia i dipendenti fannulloni che i dirigenti inutili e incapaci? Perché solo gli uni o solo gli altri? A chi fa comodo semplificare il problema, quando invece il problema è complesso e ha molti responsabili?

Inutile, non cambieranno mai.
martedì, 30 ottobre 2007

Il figliol prodigo e la pubblica amministrazione

In Italia non manca solo la certezza della pena. Un'altra cosa che manca è la certezza dell'assunzione per chi vince un concorso. Ne parlava Flavia Amabile della Stampa l'altro giorno sul suo blog.

In pratica: esce il bando, fai tutti i documenti, presenti la domanda, ti prepari, arriva il giorno della prova, vai, fai un esame niente male, ti piazzi bene o addirittura lo vinci (e si spera che avvenga senza ausili sospetti). Poi aspetti che ti chiamino.
E aspetti.
E aspetti ancora.
E poi uno comincia a insospettirsi: come mai dopo mesi non succede nulla?

Spiegazione: anche se ufficialmente nel pubblico si entra solo per concorso, in caso di motivi documentabili e straordinari il personale può venire assunto anche in altri modi: affidandogli una consulenza ad personam, ad esempio. Oppure - nuova frontiera - pescandolo nelle agenzie interinali. Sempre ad personam anche qui.
Oppure la graduatoria è stata dichiarata estinta, il motivo non si sa ma poi si scopre che in quella graduatoria non era riuscito a entrare il protetto di turno. E in tempi record viene indetto un nuovo concorso.

Tutte operazioni che di sicuro incentivano il morale delle truppe. Cioè: uno va a lavorare davvero mettendoci un sacco d'impegno, sapendo che là dentro vige un sistema tanto cristallino e meritocratico.

Molto ho raccontato, su questo argomento, nel mio libro. E con questo pensavo di averle oramai viste tutte ma, come succede sempre in questi casi, mi sbagliavo. Forse lo stato non era ancora abbastanza soddisfatto delle porcherie che combinava: così ha introdotto un altro ostacolo alla certezza dell'assunzione. Sissignori, ora oltre alle usuali vie traverse per aggirare la graduatoria ufficiale ne spunta una nuova: diventare collaboratore di giustizia.
Oggi infatti il Governo nel tanto sbandierato pacchetto sicurezza introduce anche questa norma: il collaboratore di giustizia verrà assunto nella pubblica amministrazione. E, tanto per non farsi mancare nulla, con la garanzia di avere un posto esattamente corrispondente alla sua qualifica e al suo titolo di studio.

Ora, che si debba fare qualcosa per i collaboratori di giustizia è un fatto: e non lo sto a contestare. Ma signori del governo: era proprio necessario che quel qualcosa fosse questa roba qua, che cito testualmente perché non mi si accusi di essere disinformata?

"Una specifica norma infine stabilisce l'assunzione, anche a tempo determinato, nella Pubblica Amministrazione dei testimoni di giustizia. L'assunzione avviene per chiamata diretta nominativa e con qualifica e funzioni corrispondenti al titolo di studio e alle professionalità possedute" ("Le misure legislative per la sicurezza", Ministero per l'Interno - Ministero della Giustizia, 30 ottobre 2007, p. 22)

Dunque, vediamo di capirci. Da un lato ci lamentiamo per la sovrappopolazione degli enti pubblici, deploriamo la mancanza di professionalità di molti dipendenti statali, condanniamo la nullafacenza che sembra pervadere gli uffici. Dall'altro lo stato trasmette a dipendenti e cittadini il messaggio secondo cui per lavorare alle sue dipendenze, anche ad alti livelli (mettiamo che un collaboratore di giustizia sia un medico: secondo il pacchetto avrà diritto a lavorare come medico, con lo stipendio corrispondente), la preparazione e la competenza non sono il fattore decisivo. Ha più importanza diventare un collaboratore di giustizia.

Il che mi porta alla mente la parabola del figliol prodigo: e forse anche i nostri ineffabili governanti ci hanno pensato, chissà. Ricordate? In cielo si fa più festa per un peccatore pentito che per un giusto. Il che potrà anche andare bene quando si parla di salvezza eterna e giustizia divina. Va un po' meno bene quando si parla di assunzioni pubbliche e giustizia terrena. In questo caso, piuttosto, la corsia preferenziale dovrebbe toccare a chi è sempre stato corretto e ha fatto tutto il percorso come si doveva.

Complimenti: davvero un bel messaggio per gli italiani che, nonostante tutto, credono ancora nella forza della serietà e dell'onestà.

Lo ribadisco: sono questi i motivi che levano ai dipendenti statali onesti la voglia di tenere duro. E' il sistema, non smetterò mai di dirlo, che demotiva i lavoratori più in gamba. Provate a contraddirmi quando sostengo che lo stato premia i peggiori e punisce i migliori. Provateci, dopo questo meritocratico provvedimento.
venerdì, 19 ottobre 2007

Dilettanti allo sbaraglio

Mi scaglio spesso contro l'esecrabile abitudine di regalare fettine di potere pubblico a perfetti incapaci, convinti che dirigere bene significhi imporre una vagonata di adempimenti burocratici in più. Sono fermamente convinta che questa sia una delle radici più profonde e più nefaste del malfunzionamento pubblico.
E purtroppo l'esempio più lampante di quanto vado dicendo lo abbiamo un po' tutti sotto gli occhi in queste ore. Leggete qui sotto e deprimetevi.
Di fronte a casi come questo io me lo chiedo sempre: il potere è meglio darlo a dei cretini benintenzionati o a dei furbi malintenzionati? Mi sa che propendo per la seconda soluzione.

Dal blog di Paolo Attivissimo:
Capisci di Internet? No? E allora governa     19.10.07  
Caso mai servissero conferme che i governanti non capiscono niente di Internet
Punto Informatico segnala il tentativo del governo italiano di varare la tassazione e la schedatura dei blog: un disegno di legge che, se approvato, imporrebbe a chiunque gestisca un sito Web, un blog o qualsiasi altra forma di comunicazione online di iscriversi al Registro degli Operatori di Comunicazione.

Questo implica ovviamente un fardello burocratico demenziale e l'identificazione di ogni blogger, con un gesto degno della Birmania.

Certo, si tratta soltanto di un disegno di legge, ma non è questo il problema. Il problema è che una proposta idiota di questo genere non doveva neanche vedere la luce. Non doveva neanche impegnare un microsecondo delle risorse della pubblica amministrazione; e chi la proponeva doveva essere sommerso dagli sberleffi dei colleghi per aver dimostrato che non capisce un emerito piffero di Internet.

Ma nulla di questo è successo, perché i colleghi del genio che ha partorito questa mostruosità (probabilmente parente di chi coniò il bollino SIAE per i siti Web) sono altrettanto abissalmente ignoranti di come funziona Internet. E così siamo arrivato al disegno di legge, che impegnerà altre risorse per discuterlo, negoziarlo e, si spera, alla fine buttarlo via.

La notizia è particolarmente ironica per il fatto di arrivare mentre sono a Riva del Garda come ospite di un convegno promosso dal Ministero delle Politiche Giovanili e delle Attività Sportive allo scopo di ascoltare i giovani e ottenere il loro input su come arginare la fuga di cervelli dall'Italia.

L'incontro con i giovani di stamattina è stato molto piacevole e ricco di spunti, e ha permesso a noi relatori "matusa" di capire meglio quali ostacoli e quali problemi incontra e sente personalmente chi si affaccia oggi al mondo del lavoro in Italia, specialmente in campo tecnologico e informatico. Abbiamo partorito insieme alcune idee che sono state proposte al ministro Melandri. Per modo di dire: il ministro era talmente preso a chiacchierare che il pubblico in sala ha deciso, a un certo punto, di richiamarla all'attenzione chiedendo al relatore di ricominciare da capo la propria presentazione perché il ministro era "impegnato in altre conversazioni".

Ecco il testo in sintesi delle proposte realistiche e a basso costo, ma credo preziose come volano, del workshop "Reale e virtuale", che ho condiviso con Simone Cabasino e Michele Kettmaier:
  • il divieto dello scambio di dati con e fra organismi istituzionali a mezzo di formati che necessitino per l'accesso di software proprietario, per garantire la libertà di scelta tecnica agli utenti che hanno diritto all'informazione istituzionale.
  • l'incentivo alla formazione (alfabetizzazione informatica) all'uso del computer a tutte le fasce d'età, anche attraverso i media tradizionali (a quando un "Non è mai troppo tardi" per l'informatica?), per mutare la percezione del computer, delle sue potenzialità e del ruolo di internet nelle dinamiche di comunicazione.
  • la riformulazione della posizione di attore monopolistico nel mercato delle opere artistiche della SIAE e l'incentivazione del'affermazione di agenti alternativi in concorrenza, per dare una scelta agli artisti che debbono avere facoltà di disporre e di decidere del destino delle proprie opere.
  • la valorizzazione della concezione del fruitore e delle sue libertà dettate dalla Convenzione di Berna sul diritto d'autore e la riforma del modo eccessivamente restrittivo in cui questa Convenzione è implementata in Italia.
  • la pubblicazione su Internet dei bilanci degli enti pubblici o che svolgono funzioni pubbliche, e degli importi degli stipendi pubblici, nel rispetto della privacy individuale, per semplificare il controllo pubblico sull'assegnazione di commesse, stipendi e compensi.
  • la semplificazione della condivisione tra privati della connessione Internet (wifi e non solo) per diffondere la disponibilità di banda, consapevoli che i meccanismi di identificazione in essere (legge Pisanu) sono solo penalizzanti per gli utenti e non sono idonei ad arginare le comunicazioni nelle attività illegali.
Mi verrebbe voglia di aggiungere a queste proposte anche quella di mettere la mordacchia permanente a qualsiasi burosauro che insista a pensare che Internet sia da imbrigliare, colonizzare e censurare con norme di sapore medievale. Perché se si va avanti con idiozie di questo genere, la fuga di cervelli non la si evita; la si incoraggia.

postato da: liberadallacasa alle ore 22:04 | link | commenti
categorie: dirigenti, inefficienza
giovedì, 18 ottobre 2007

Facciamo un giro sul sito della Stampa?

Flavia Amabile è una giornalista della Stampa. Ha letto il mio libro, si è incuriosita, abbiamo fatto una piacevole chiacchierata al telefono e ha dedicato a "La Casa-che-rende-folli" un post del suo blog.  I lettori stanno commentando e ne sta nascendo una bella discussione (accidenti, fa piacere vedere che qualcuno trova interessanti le tue idee al punto di parlarne).
Che sia questa la volta in cui si comincia, finalmente, a ragionare di lavoro pubblico facendo a meno dello stereotipo "tutti nullafacenti"?
Invito caldamente a fare un giro sul blog di Flavia e a lasciare un'opinione.
postato da: liberadallacasa alle ore 14:31 | link | commenti
categorie: pubblici, dipendenti, demotivati
mercoledì, 17 ottobre 2007

Foglie di fico

Chi fa una cosiddetta "professione d'aiuto" conosce bene la parola "burn out". E' un logoramento emotivo che secondo la letteratura tradizionale affligge molte persone che lavorano a stretto contatto con la gente. Classicamente sono ritenute a rischio di burn out categorie come gli insegnanti, i sacerdoti, i medici, gli assistenti sociali, gli psicologi, gli infermieri.
Ultimamente però la principale studiosa mondiale di questo fenomeno, Christina Maslach, ha riveduto la sua teoria: il burn out è un rischio per tutti i lavoratori. Perché il fattore di rischio non è il tipo di mansione ma l'istituzione per cui si lavora: è lì che bisogna andare a guardare se il lavoratore si ammala. E' anche abbastanza intuibile: se lavoro per una istituzione "malata", mal gestita, male organizzata rischio di andare in esaurimento qualunque sia il mio lavoro. Perché il problema non sono io ma l'ambiente che mi sta attorno.
Il fatto è che è molto più sbrigativo incolpare i dipendenti. Stai male? E' un problema tuo: evidentemente sei un tipo fragile, sei troppo sensibile, hai problemi emotivi, non sai reggere il peso del lavoro. Colpa tua. Ergo: sei tu a dover fare qualcosa. Curati, e se non migliori vattene.
Ovvio: se una istituzione cercasse la causa del problema dentro di sè poi dovrebbe anche cercare le soluzioni. E cambiare il funzionamento di un'istituzione è un'impresa titanica. Meglio continuare a dar la colpa ai dipendenti, quindi.
Stupidaggini? Inezie? Non proprio.
Cominciamo a chiederci quanti giorni di malattia costi ogni anno questo giochetto.
E chiediamoci quanto siano contenti gli abitanti di quella regione italiana che, scoperto con orrore che molti suoi dipendenti soffrono di demotivazione e non hanno il gusto del loro lavoro, spenderà quattrocentomila euro per mandarli tutti a fare dei bei corsi di autostima. Quattrocentomila euro di soldi pubblici spesi per incolpare i dipendenti di un disagio che nasce non dentro di loro ma dentro all'istituzione.
Inutile: quando un ente pubblico si mette a indagare sulla diffusione del burn out al suo interno, finisce sempre per trovare un sacco di foglie di fico pur di non fare una seria autocritica.
postato da: liberadallacasa alle ore 17:52 | link | commenti (2)
categorie: pubblici, frustrati, dipendenti, demotivati, burn out
mercoledì, 10 ottobre 2007

Ecco perché la chiamano Casa-che-rende-folli

Non c'è niente da fare: la Casa-che-rende-folli impantana tutto, proprio tutto. Alla fine vince sempre lei.

Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera”

Non si trova il megafono. «Vabbuò, grideremo più forte», incoraggia i suoi Francesco Caruso: sono le undici meno un quarto, le «guardie stanno arrivando» e l'irruzione non può attendere. Irruzione? Dimenticate
Greenpeace e gli assalti alle petroliere con organizzazione svizzera. Perché questo per lanciare il precarity day e il referendum autogestito su pensioni e flessibilità sarà pure un blitz. Ma è un blitz un po' così. All'amatriciana. Caruso e i suoi, una trentina di ragazzi dei centri sociali, sbagliano pianerottolo: dovevano occupare il terzo, ufficio regionale del lavoro, e parlare con il dirigente. Per la foga si infilano al primo, sede provinciale, dove il dirigente non c'è. Forse perché l'attività non è proprio febbrile in questo palazzone di San Lorenzo, ma per un quarto d'ora buono nessuno si accorge di loro.

Caruso ne approfitta per tirare fuori il suo computerino. Deve mandare un comunicato per far sapere all'Ansa e al mondo intero che l'occupazione è riuscita. Niente da fare, non c'è connessione. «Oh, ragazzi, ma che siamo venuti a fa?» dice lo spilungone che ha appena finito di sistemare lo striscione alla finestra con un rotolo di scotch che non attacca più. Non resta che una strada, forse non il massimo per chi aveva sognato di guadagnarsi l'onore sul campo: «Ragazzi — dice ancora lo spilungone — andiamo ad avvertire questi rimbambiti che stiamo occupando».

Mentre Caruso presidia lo striscione («mannaggia 'sto computer»), i ragazzi si sparpagliano per i corridoi: «Casa — reddito — dignità. Basta, basta, basta — con la precarietà». Gli impiegati si alzano, chiudono la porta e tornano chini sulle carte (o sul giornale). Chi non la prende bene, invece, è il dottor Mario che in compenso ha un'idea geniale: «Chiamiamo il maresciallo Rocca!». Lo prendono per matto ma Gigi Proietti è davvero a 200 metri da qui: sta girando in via dei Volsci una puntata del telefilm, e il figlio del dottor Mario fa pure la comparsa, «solo una particina ma si comincia così no?».

Dopo cinque minuti i carabinieri arrivano sul serio. Niente maresciallo Rocca: sono scesi dal quinto piano del palazzo, nucleo ispettorato del lavoro. «Onorevole Caruso, qui ci sono gli estremi per contestarle l'interruzione di pubblico servizio». Ma nemmeno il colonnello sembra convinto: in effetti nella stanza è appena entrata la signorina Emilia che deve mandare un fax. Lo manda. Caruso prende tempo, chiede altri venti minuti per far arrivare qualche giornalista perché la guerriglia comunicativa è proprio questa: azioni spettacolari in favore di telecamera.

Al telefono chiama pure i rinforzi: «Oh, volete veni'. Siamo qua in via De Lollis 4». «12, onorevole, 12», lo corregge paterno il maresciallo. Organizzazione zero ma va bene così: perché Caruso partecipa sì come leader dei centri sociali e non come deputato di Rifondazione. Ma dopo quella frase su «Biagi e Treu assassini» il partito non gli perdonerebbe altri scivoloni. E invece apprezza l'idea di affiancare il referendum di Cgil, Cisl e Uil con questa consultazione precaria che fa votare lavoratori in nero, immigrati, e studenti.

Sulla porta della stanza numero 12 si affaccia Laura Viti, ragioniera: «Io li capisco questi ragazzi. Anche io sono stata precaria tanti anni fa. Mi ricordo, studiavo per l'esame mentre guardavo alla tv Pertini a Vermicino che parlava con Alfredino. Certo, noi non facevamo occupazioni, ma i tempi sono cambiati no?». Segue sguardo materno.

Dopo un'ora, e dopo l'arrivo di tv e fotografi, l'accordo si trova con la complicità delle gomme americane. Il maresciallo distribuisce Vigorsol a Caruso, al colonnello e anche alla signorina Emilia che nel frattempo è riuscita a mandare un altro fax. «Vabbuò, ragazzi possiamo andare», fa Caruso alla truppa.

«Onorevole, sta dimenticando questa», lo rincorre il maresciallo premuroso, sempre quello, con la borsa del computer in mano. Via lo striscione, tutti in strada con il megafono che nel frattempo è saltato fuori ed è finito nelle mani del disobbediente Nunzio D'Erme. Nell'urna volante davanti all'ingresso hanno votato in 75. È proprio ora di filare, anche perché adesso è arrivata la Digos. E l'ispettore con la ricetrasmittente in mano non ha la faccia tenera.
postato da: liberadallacasa alle ore 16:02 | link | commenti
categorie: umorismo, pubblici, dipendenti