In Italia non manca solo la certezza della pena. Un'altra cosa che manca è la certezza dell'assunzione per chi vince un concorso. Ne parlava Flavia Amabile della Stampa l'altro giorno
sul suo blog.
In pratica: esce il bando, fai tutti i documenti, presenti la domanda, ti prepari, arriva il giorno della prova, vai, fai un esame niente male, ti piazzi bene o addirittura lo vinci (e si spera che avvenga senza ausili sospetti). Poi aspetti che ti chiamino.
E aspetti.
E aspetti ancora.
E poi uno comincia a insospettirsi: come mai dopo mesi non succede nulla?
Spiegazione: anche se ufficialmente nel pubblico si entra solo per concorso, in caso di motivi documentabili e straordinari il personale può venire assunto anche in altri modi: affidandogli una consulenza ad personam, ad esempio. Oppure - nuova frontiera - pescandolo nelle agenzie interinali. Sempre ad personam anche qui.
Oppure la graduatoria è stata dichiarata estinta, il motivo non si sa ma poi si scopre che in quella graduatoria non era riuscito a entrare il protetto di turno. E in tempi record viene indetto un nuovo concorso.
Tutte operazioni che di sicuro incentivano il morale delle truppe. Cioè: uno va a lavorare davvero mettendoci un sacco d'impegno, sapendo che là dentro vige un sistema tanto cristallino e meritocratico.
Molto ho raccontato, su questo argomento,
nel mio libro. E con questo pensavo di averle oramai viste tutte ma, come succede sempre in questi casi, mi sbagliavo. Forse lo stato non era ancora abbastanza soddisfatto delle porcherie che combinava: così ha introdotto un altro ostacolo alla certezza dell'assunzione. Sissignori, ora oltre alle usuali vie traverse per aggirare la graduatoria ufficiale ne spunta una nuova: diventare collaboratore di giustizia.
Oggi infatti il Governo nel tanto sbandierato pacchetto sicurezza introduce anche questa norma: il collaboratore di giustizia verrà assunto nella pubblica amministrazione. E, tanto per non farsi mancare nulla, con la garanzia di avere un posto esattamente corrispondente alla sua qualifica e al suo titolo di studio.
Ora, che si debba fare qualcosa per i collaboratori di giustizia è un fatto: e non lo sto a contestare. Ma signori del governo: era proprio necessario che quel qualcosa fosse questa roba qua, che cito testualmente perché non mi si accusi di essere disinformata?
"Una specifica norma infine stabilisce l'assunzione, anche a tempo determinato, nella Pubblica Amministrazione dei testimoni di giustizia. L'assunzione avviene per chiamata diretta nominativa e con qualifica e funzioni corrispondenti al titolo di studio e alle professionalità possedute" ("Le misure legislative per la sicurezza", Ministero per l'Interno - Ministero della Giustizia, 30 ottobre 2007, p. 22)
Dunque, vediamo di capirci. Da un lato ci lamentiamo per la sovrappopolazione degli enti pubblici, deploriamo la mancanza di professionalità di molti dipendenti statali, condanniamo la nullafacenza che sembra pervadere gli uffici. Dall'altro lo stato trasmette a dipendenti e cittadini il messaggio secondo cui per lavorare alle sue dipendenze, anche ad alti livelli (mettiamo che un collaboratore di giustizia sia un medico: secondo il pacchetto avrà diritto a lavorare come medico, con lo stipendio corrispondente), la preparazione e la competenza non sono il fattore decisivo. Ha più importanza diventare un collaboratore di giustizia.
Il che mi porta alla mente la parabola del figliol prodigo: e forse anche i nostri ineffabili governanti ci hanno pensato, chissà. Ricordate? In cielo si fa più festa per un peccatore pentito che per un giusto. Il che potrà anche andare bene quando si parla di salvezza eterna e giustizia divina. Va un po' meno bene quando si parla di assunzioni pubbliche e giustizia terrena. In questo caso, piuttosto, la corsia preferenziale dovrebbe toccare a chi è sempre stato corretto e ha fatto tutto il percorso come si doveva.
Complimenti: davvero un bel messaggio per gli italiani che, nonostante tutto, credono ancora nella forza della serietà e dell'onestà.
Lo ribadisco: sono questi i motivi che levano ai dipendenti statali onesti la voglia di tenere duro. E' il sistema, non smetterò mai di dirlo, che demotiva i lavoratori più in gamba. Provate a contraddirmi quando sostengo che lo stato premia i peggiori e punisce i migliori. Provateci, dopo questo meritocratico provvedimento.